Teatro elisabettiano, il potere delle parole e della vita reale

Londra 1548, in una piazza centrale della città c’è subbuglio, due fazioni distinte d’individui parlano animatamente, non vengono alle mani ma la concitazione è davvero chiassosa. È stupefacente scoprire come ancora una volta si disquisisce di teatro, d’altronde è quello lo svago che ha questa gente in quest’epoca. Da poco è successo qualcosa di strano nella città londinese, per la prima volta il re Enrico VIII, ha permesso di mettere in scena spettacoli che non trattano di storie religiose ma basati su trame molto più terrene.

Come sempre c’è una contrapposizione tra i conservatori, che vedono oramai il teatro come un qualcosa d’inscindibile dalla Chiesa cattolica, e i “rivoluzionari”, che stufi della tradizione, vedono in una forma alternativa di teatro un’altra possibilità di divertimento. Per la prima volta andranno in scena, infatti, spettacoli comici a discapito dei seriosi Corpus Christie plays e Miracle plays che non sono altro che messe interpretate.

La mia curiosità mi spinge a indagare e, trovandomi fisicamente dal lato dei moralizzatori, chiedo a uno di essi com’è stato possibile che il re abbia acconsentito ad un nuovo genere teatrale. Mi risponde un ecclesiastico che indica le Moralities (o Morality plays) la causa di tutto ciò: una forma teatrale che nata in precedenza come religiosa è diventata nel tempo laica, per colpa di alcune società culturale gestite da buontemponi. Le Moralities in realtà sono piccole scene allegoriche che, seppur a sfondo religioso, s’allontanano dalla storia biblica e in scena pongono l’uomo e il rispetto delle virtù del buon cristiano, spesso i personaggi sono antropomorfi posseggono un linguaggio popolare e danzano balli macabri per terrorizzare i peccatori. Col tempo però questi personaggi s’allontanarono dall’originario intento didattico religioso e divennero dei veri e propri interludi divertenti, incentrati su temi profani e sulle problematiche politiche e sociali.

Li lascio alla disputa e col beneficio che il futuro mi assicura so bene come va a finire, per cui, gradasso, sorrido alla loro ignoranza e mi siedo su uno sgabello di un teatro che ancor’oggi è conosciuto in tutto il mondo: sono al Globe Theatre precisamente nel 1602, è un giorno di dicembre, sono le 2 del pomeriggio: attendo in una galleria del teatro di vedere la prima dell’Amleto, una tragedia di un drammaturgo inglese che dicono sia “un autore eccellentissimo tanto nel genere comico che in quello drammatico”, il suo nome è William, William Shakespeare. A metterla in scena sarà la compagnia teatrale The Lord Chamberlain’s Men, una delle più famose. Questo lo s’evince dalla folla assiepata ovunque, in piedi giù in platea, seduta nelle gallerie e alcune persone, addirittura, hanno avuto la possibilità di sedersi sul palcoscenico. In scena non andrà nulla di religioso anzi, dal vociferare degli addetti ai lavori si tratta di qualcosa di strettamente politico con riferimenti all’attualità. Sono curioso, inizia lo spettacolo e cala il silenzio.

Quel che non sapevano le persone incontrate nel 1548 è che circa una ventina d’anni dopo successe qualcosa che sconvolse definitivamente il panorama teatrale europeo. Infatti la regina Elisabetta I succedendo al trono di suo padre Enrico VIII, nel 1574 con un decreto reale stabilì il diritto delle compagnie teatrali di dare rappresentazioni ogni giorno e questo fece sì che l’interesse per il teatro accrescesse e che sempre più evoluzioni drammaturgiche e scenografiche venissero create. Non a caso il teatro in cui mi trovo è frutto di quell’era che prende il nome proprio da Elisabetta I. Il teatro elisabettiano era frutto di studio dei teatri antichi dell’epoca greca-romana e di quelli più recenti, d’epoca medievale. L’edificio costruito per le rappresentazioni è di forma circolare o anche rettangolare e forma una vera e propria arena (un piccolo Colosseo), le gallerie sembrano delle mansion (piccole casette utilizzate come palcoscenici durante tutto il medioevo) che qui cambiano d’utilità, non servono più alla scena del dramma ma prettamente a luogo di comodo per gli spettatori più abbienti. Il palcoscenico poi è una piattaforma lignea (come ligneo è tutto il teatro), di 12 metri di lato che avanza fino a metà dell’arena, il quale viene completamente circondato dagli spettatori. Alla metà dei lati del palcoscenico ci sono due colonne che reggono una specie di tetto da cui per mezzo di una botola calano giù o tirano su degli oggetti scenici. Ma la particolarità maggiore è dato dall’upper stage inner stage, un palcoscenico superiore che serve come praticabile per eventuali scene e un palcoscenico interno che può essere luogo di scena non a vista. Al di sopra di tutto si erge una specie di torre da cui sventola una bandiera con l’emblema del teatro. Però oggi accanto se ne vede un’altra quella della Danimarca, già, segno che la storia a cui sto assistendo si svolge in quel luogo.

Ritornando allo spettacolo siamo a un momento topico, l’Amleto sta pronunciando il suo soliloquio più famoso: “essere o non essere”, l’attore che lo interpreta, Richard Burbage (un grande interprete dei testi shakespeariani, nonché grande amico del bardo), non ha un teschio in mano e interpreta il ruolo del principe di Danimarca d’impeto, molto affascinante.

Tutta la tragedia è stata recitata con semplicità senza cambi di scena, né artifizi particolari, anche se lo stesso palcoscenico del Globe Theatre può essere definito un artifizio. Difatti il suo spazio scenico, come quello d’ogni teatro elisabettiano, ha delle capacità enormi, innanzitutto è molto ampio e questo da agio agli attori di attraversarlo da un lato all’altro e dal davanti al fondo, gli usci sono molteplici e poi la peculiarità più originale è che spesso la scena è recitata anche in verticale, cioè dall’alto al basso, di sovente si son visti scambiar battute dei personaggi sull’upper stage con altri personaggi sul palcoscenico inferiore. Il teatro dal punto di vista drammaturgico fa fede alle parole, le scenografie dei testi shakespeariani le scrive lo stesso Shakespeare ma con le parole, per questo si supera la difficoltà scenografica di testi troppo complessi da realizzare scenicamente. Infatti, le opere di Shakespeare sono composte da decine di scene, azionifantastiche (una foresta che si muove nel MacBeth, la Boemia e la Sicilia in una sola opera quale Il racconto d’inverno) inoltre, l’autore dell’Avon, non prevede atti, per cui ogni cambiamento andrebbe fatto a vista (o nell’inner stage). Quindi i segni distintivi di cambi di scene sono simbolici: bandiere, squilli di trombe, cambio di costume (che ha un’importanza maggiore della scenografia). 

A spettacolo finito rimango impressionato dalla forza delle parole di questo testo e di questo teatro che crea soprattutto con l’immaginazione luoghi distanti tra loro, scene d’azione complesse, e indaga, scoperchia, misfatti legati all’attualità politico-sociale: molti spettatori bisbigliavano collegando la storia di Amleto ad un assassinio avvenuto nel febbraio del 1566 in Scozia. Henry Lord Stanley, re consorte, marito della regina Maria Stuarda, fu assassinato dal conte di Bothwell, nel maggio dello stesso anno, tre mesi dopo l’omicidio del marito, Maria Stuarda sposò l’assassino, il conte di Bothwell, appunto, come non collegarlo con l’assassinio del re padre di Amleto e la salita al trono dello zio Claudio, autore dell’omicidio, dopo essersi unito con Gertrude, madre del principe di Danimarca? Il teatro acquisiva l’originale stimolo del carro di Tespi, quello di mettere a nudo il re o l’imperatore tiranno, rendendolo un’arma popolare.

Questo portò ad un accrescimento del bisogno del teatro e grazie al decreto di Elisabetta I, grazie al bisogno della crescente popolazione londinese di trovare svago

 dopo la repressione culturale che ci fu nei decenni precedenti, si ebbe la necessità, come già detto, di nuovi drammi che servivano alle sempre più numerose compagnie teatrali, costrette a proporre sempre qualcosa di nuovo per accaparrarsi il pubblico. Il risultato fu che oltre al genio di William Shakespeare in Inghilterra fiorirono altri degni rappresentanti del rinnovato teatro britannico, uno su tutti Ben Jonson, che come Shakespeare si rivolgeva al contemporaneo ma con uno sguardo meno politico e più sociale questi mise a fuoco le debolezze dei “caratteri” dei suoi coevi preoccupandosi di correggere il comportamento umano, prendendo spunto dai grandi classici delle opere dell’antica Grecia.

Intanto, davanti a me il sole è quasi tramontato, la gente confabula e si rianima, visto che durante l’esibizione sono restati in silenzio ad ascoltare e immaginare il lorospettacolo, quel che si dirà di loro: una folla chiassosa che guarda uno spettacolo è assolutamente falso. Queste persone pagano in moneta il loro spettacolo e vogliono gustarselo per intero. Anzi devo esservi sincero non ho trovato ancora la donna a cui pagare il mio posto, sì perché qui non esistono botteghini ci sono delle persone che attendono davanti ai settori e riscuotono, il mio posto costava circa trenta penny, prima di assolvere il mio debito mi avvicino ad una locandina, la stacco e la porto via con me, un souvenir dal 1602Globe Theatre, Londra.

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